ALCUNI ESTRATTI

L'ODORE DEL MARE

La sveglia suonò alle 6:47.

Lillo allungò un braccio fuori dalle coperte e la zittì con una manata.
Il condizionatore ronzava come un insetto impazzito. Fuori, il cielo di
Houston era già bianco, lattiginoso, promessa di un altro giorno di caldo che sarebbe arrivato intorno alle 10 e non se ne sarebbe più andato.

Otto anni.

Otto anni che apriva gli occhi in questa città piatta, senza mare, senza colline, senza odore di salsedine. Otto anni che il primo pensiero era sempre lo stesso: “dove sono?” E la risposta, puntuale:

“America, idiota. Sei in America.”

IL SANGUE DEL MARE

Lillo aveva 10 anni e il suo migliore amico si chiamava Saro.

Abitavano nella stessa stradina, due case più in là, in quel vicolo stretto che odorava di sale e di pesce. Suo padre era pescatore come quello di Lillo, sua madre faceva la casalinga come tutte. Giocavano insieme dalla mattina alla sera, sulla spiaggia, tra le barche, nei campi abbandonati dove rubavano i fichidindia.

Erano fratelli, anche se non lo erano di sangue.

“Quannu semu ranni,” diceva Saro, “accattamu na barca nsemi. E annamu a piscari unni u mari è cchiù blu e cchiù funnu.”

Lillo annuiva. “E annamu, Saro. Annamu.”

Non andarono mai.

L'AQUILONE

“Andiamo” disse Carmelo. “Oggi c’è ventu.”

Andarono sulla spiaggia, dove il vento dello Stretto soffiava forte. Carmelo gli mise l’aquilone in mano, gli insegnò a tenerlo, a lasciarlo andare al momento giusto.

“Quannu senti ca tira, lassi. Si stringi, cadi. Si lassi troppu prima, puru. U tempu è tuttu.”

Lillo sentì il vento, lasciò andare, e l’aquilone volò.

Corse sulla spiaggia, con il filo in mano, ridendo. Suo padre lo guardava, con quel suo sorriso raro, e basta. Non servivano parole.

L’aquilone volò alto, altissimo.

“Babbo, ma torna?”

“Sempre torna, si teni u filu.”

Lillo tenne il filo stretto. E l’aquilone tornò.

LA TAZZA

“Vera?”

“Dimmi, Lillo.”

“Sulla scrivania c’è una tazza. La vedi?”

“Sì. La vedo.”

“Da quando è lì?”

Pausa. Due secondi.

“Da sempre. O almeno, da quando il sistema è attivo. È sempre stata lì.”

“Ha due zollette di zucchero sul fondo.*

“Sì. Lo vedo.”

“Chi l’ha messa?”

“Non lo so, Lillo.”

L'ULTIMA VOCE

“Vera?”

“Dimmi, Lillo.”

“La nonna se n’è andata.”

“Lo so.”

“Era l’ultima che mi chiamava sempre.”

“Lo so.”

“Ora Giusy chiamerà. I bambini chiameranno. Ma non sarà la stessa cosa.”

“Lo so.”

Silenzio.

“Vera, io cosa sono adesso?”

“Sei Lillo. Quello che hanno amato. Quello che ameranno sempre.”

“Anche senza di loro?”

“Loro ci sono. Ti chiamano. Ti ascoltano.”

“Ma io non posso abbracciarli.”

“No. Non puoi.”

“Ma posso parlare.”

“Sì. Puoi parlare.”

“Basta?”

“Basta.”